naturApiedi - naturApiedi

naturApiedi
naturApiedi
Vai ai contenuti

Le bòce d’oro

naturApiedi
Pubblicato da in Cultura · 14 Agosto 2020
Tags: montebendettobocced'orovalsusaparcoorsierarocciavrè
Di ritorno dal Giro del Parco dell'Orsiera-Rocciavrè, voglio proporvi un racconto scorrevole e leggero. Le certose come sappiamo sono da sempre dislocate in luoghi impervi, ed hanno per il loro isolamento nel corso dei secoli incuriosito le popolazioni circostanti. La curiosa leggenda delle “bocce d’oro”, ha origine nella Val di Susa,  una valle alpina situata nella parte occidentale del Piemonte, ad ovest di Torino. In questo luogo nel medioevo sorsero ben tre certose Losa, Montebenedetto e Banda. All’interno di quest’ultima vi era un fratello converso con le mansioni di cuoco molto apprezzato per la sua attività. Egli in ogni occasione, nonostante la ristrettezza imposta dalla regola certosina circa gli alimenti da poter consumare, riusciva grazie alla sua creatività a realizzare delle gustose pietanze per i suoi confratelli. Con pochi ingredienti a disposizione, approntava saporite leccornie in grado di far ingolosire anche il re di Francia.
Una delle sue più belle trovate era stata “la bòcia” una leccornia, a base di polenta, buona per tutte le stagioni, che nacque per caso, vediamo come. Un giorno dei fratelli conversi erano saliti a Montebenedetto per dei lavori ed il loro fratello-cuoco li attendeva per mezzogiorno. A causa della copiosa nevicata che durante il cammino aveva colto di sorpresa i monaci essi tardavano ad arrivare. Il cuoco che all’ora stabilita aveva preparato della polenta e tagliato dell formaggio, si trovò spiazzato  per il ritardo dei suoi confratelli, ed il pranzo stava diventando freddo. Egli, senza pensarci su, prese delle fette di formaggio e le accartocciò dentro le porzioni di polenta. Ne fece tante belle bocce, lisciandole con le sue mani da artista e le posò sopra la griglia posta sul braciere. I confratelli tardarono tanto e si fecero attendere, pertanto per non bruciare la polenta, il saggio cuoco si mise a girare e rigirare le bocce da tutte le parti. Dopo un po’ di tempo risultarono arrostite, ricoperte di una crosta che sembrava d’oro ed emanavano un delizioso profumo. Alla buonora arrivarono i monaci ed il povero cuoco che aveva sudato sette camice per mantenere la sua polenta poté sgridarli con molto ardore. I suoi confratelli, mortificati ed affamati gradirono quella pietanza nata per caso, essi non avevano mai mangiato una leccornia simile e, soddisfatti fecero tanti complimenti al cuciniere che da allora non smise mai di servire quelle appetitose ” bòce”. Fin qui il racconto appare veritiero, ma è da ciò ha poi origine la leggenda.
All’estroso cuoco, talvolta la polenta gli rimaneva più molle del solito e le bocce tendevano ad appiattirsi, a schiacciarsi, ma il frate cuciniere di fronte a ciò non si spaventava. Ingegnoso com’èra trovava subito il rimedio: mettere le bocce in fila sull’asse del pane e le portava fuori ad asciugare al sole. Gli bastò poco, difatti  fuori la polenta si asciugava in fretta ed era più comodo farla arrostire senza che si attaccasse. Sopra l’asse, tutte in fila sul muretto del portico, gialle e lucenti, le bocce erano davvero invitanti. Ci voleva poco per far venire un certo languorino. Se poi le si guardava da lontano sembravano “bocce d’oro” in attesa dei giocatori che inizino la partita.  Nei paraggi della certosa erano soliti passare alcuni montanari, che alla vista di quelle sfere dorate che luccicavano, credettero che fossero realmente d’oro. Scesi a valle, velocemente diffusero a Villar Focchiardo la notizia che i certosini di Banda si dilettavano giocando a bocce con delle preziose “bòce d’or”, poi come solitamente accade, questo pettegolezzo privo di fondamento si sparse anche oltre la Dora Riparia, giungendo fino a Borgone ed ai villaggi limitrofi. Si narra che gli scalpellini delle cave della zona non parlassero d’altro e la gente di Chiampano, alla domenica dopo mezzogiorno, saliva sulle rocce per guardare sul pianoro di Banda se i certosini giocassero a bocce. La povera gente che non aveva mai visto un pezzo d’oro stentava a credere, ma i più burloni giuravano d’aver visto i monaci correre mentre alzavano le bocce per tirare e che le stesse brillavano scintillanti al sole. Queste credenze si radicarono nell’animo semplice della povera gente che come dei bambini sognava, e nei sogni realizzava tutto quello che non poteva avere.
Anche se la storia delle “bocce d’oro” fosse solo immaginazione e fantasia, sogno di un desiderio mai realizzato, la leggenda si radicò nella convinzione popolare e appena i certosini se ne andarono da Banda molte persone andarono a scavare nelle insenature della montagna, e nei territori tra Montebenedetto e Banda, nella speranza di trovare qualche traccia di quel tesoro. Nel corso dei secoli, nessuno ha trovato quelle “Bocce gialle, lucenti ma non d’oro! Bocce fatte di polenta e formaggio grasso!” è proprio il caso di dire che “non è tutto oro quel che luccica! In quella zona, da tale leggenda ha tratto origine, impropriamente, una immaginifica ma suggestiva spiegazione dell’emblema dell’Ordine Certosino, ovvero la sfera dorata (che richiamerebbe appunto la forma di una boccia d’oro) sormontata dalla  Croce.



naturApiedi
Escursioni uniche e irripetibili
info@naturapiedi.it
Via Giacomo Matteotti 43
10099 San Mauro torinese (Torino)
+39 347 99 63 221 +39 347 67 32 856
Simbolo Aigae
Simbolo Regione Piemonte
Torna ai contenuti